L'avventura degli Stein

Non mancate “L’aventure des Stein”, s’il vous plait: ritagliate qualche ora, quando sarete a Parigi, per gli “inventori” di Matisse e Picasso, per annusare quanto possono intelligenza e passione nel creare bellezza. di Carlo Grande
18 AGO 20
Immagine di L'avventura degli Stein
Non mancate “L’aventure des Stein”, s’il vous plait: ritagliate qualche ora, quando sarete a Parigi, per gli “inventori” di Matisse e Picasso, per annusare quanto possono intelligenza e passione nel creare bellezza.
L'avventura parigina della famiglia Stein (Grand Palais, fino al 16 gennaio) non è solo una collezione straordinaria di 120 capolavori - Cézanne, Matisse, Gauguin, Manet, Degas, Picasso e tanti altri - ma è la storia di una sfida intellettuale condotta da Leo, Gertrude, Michael e della moglie Sarah, liberi pensatori in grado di riconoscere la "qualità umana" e artistica prima che venisse sancita dalle mode. Gli Stein furono i primi ad acquistare le opere di giovani artisti che diventeranno giganti.
Ebrei americani di Pittsburg, di origine tedesca, gli Stein arrivarono agli inizi del Novecento nella Ville lumière e inventarono un gusto: prima Léo (nel 1902, rue de Fleurus) poi nel 1903 la sorella Gertrude e infine Michael e Sarah, sempre a pochi passi da Saint-Germaine-des-Prés.
Nel 1903 il primo passo: Léo acquista da Ambroise Vollard, il mitico mercante degli impressionisti, “La Conduite de l'eau” di Cézanne. Altri ne seguono: ancora Cézanne, Gauguin, Renoir. Michael e Sarah saranno i primi “matissiens” di Parigi. Per Gertrude l’incontro con Picasso sarà un colpo di fulmine.
Gli Stein sono benestanti, non ricchissimi: quando Matisse e Picasso saranno famosi, non potranno più comprare le loro opere. Ma sono mossi da autentico spirito mecenatesco.
Il sabato sera i loro salotti raccolgono intellettuali di mezzo mondo, un’avanguardia eccezionale che va da Braque ad Apollinaire, da Picabia a Duchamp, da Man Ray a Gris e Masson. Poi toccherà alla “generazione perduta”: Hemingway, Fitzgerald, Dos Passos, Sherwood Anderson. Tutto ricostruito nello splendido catalogo di Cécile Debray, Janet Bishop e Rebecca Rabinow.
Per gli Stein conta l’arte in sé: “Pour clarifier ce sujet il est nécessaire de discuter des qualités des hommes” scrive Leo Stein. Le Corbusier (progetterà loro una dimora) ribadisce: “Gli Stein mostrano un rispetto totale per l’artista, meglio, sono persone che sanno di che cosa è fatta la sensibilità di un artista e come si possa ottenere molto se si agisce bene…”.
Cosa aggiungere, in tempi di cultura e arti conformiste, feticiste, mercantiliste, schiave di un mercato “governato dalle case d’asta e da un sistema chiuso, elitario e mistificante”, come ha scritto Robert Hughes, critico d'arte del Time Magazine? Che occorre uno sguardo “dégagé des conventions établies”, che “ci vuole tempo per fabbricare gente bizzarra…”, come scriveva Gertrude Stein in “The making of americans”?
Che consolano non solo le ballerine di Degas e le “baigneuses” di Cézanne, ma anche le splendide foto di Man Ray e Cecil Beaton con Gertrude e parenti in salotto, sul divano, accanto al caminetto, fra pareti tappezzate di capolavori. Gli stessi quadri che secondo Gertrude – come ricorda l’amata Alice Toklas - “si guardavano e sicuramente, quand’erano soli, parlavano tra loro”.
di Carlo Grande